Il contratto finisce il 30 settembre, l'ultimo giorno si chiude con una stretta di mano e un «ci sentiamo», e da quel momento parte un orologio che nessuno ti ha mostrato: 68 giorni per presentare la domanda di NASpI, a pena di decadenza. Succede a chi chiude la stagione in un hotel o in un agriturismo, a chi non supera il periodo di prova, a chi riceve una lettera di licenziamento a ottobre dopo una riorganizzazione. Molti scoprono il termine a metà novembre, quando i giorni utili sono già pochi, e qualcuno lo scopre quando è ormai scaduto. La regola di base è semplice, ma dal 2025 ne esiste una nuova sulle dimissioni che decide l'esito della domanda più spesso di quanto si pensi, e a gennaio l'INPS ha aggiornato gli importi per il 2026.
Chi ha diritto alla NASpI e chi deve guardare altrove
La NASpI è l'indennità mensile di disoccupazione per i lavoratori subordinati che perdono il posto senza volerlo: ci rientrano i dipendenti privati, gli apprendisti, i soci lavoratori di cooperativa con rapporto subordinato e i dipendenti a tempo determinato della pubblica amministrazione. Restano fuori i dipendenti pubblici a tempo indeterminato, gli operai agricoli a tempo determinato e chi ha già maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia o anticipata. Se lavori con partita IVA la NASpI non fa per te: i collaboratori coordinati hanno la DIS-COLL, che nel 2026 ha lo stesso massimale, mentre per i professionisti iscritti alla Gestione Separata esiste l'ISCRO, con regole tutte sue.
Conta moltissimo come finisce il rapporto. Il licenziamento e la scadenza naturale di un contratto a termine aprono la strada alla prestazione, le dimissioni volontarie la chiudono. Secondo la scheda INPS aggiornata a febbraio 2026 le eccezioni sono poche e precise: le dimissioni per giusta causa, quelle presentate nel periodo tutelato di maternità e paternità, la risoluzione consensuale firmata nella procedura di conciliazione presso la direzione territoriale del lavoro e quella che segue il rifiuto di un trasferimento a più di 50 chilometri, oppure a 80 minuti o più con i mezzi pubblici. A sorpresa per molti, dà accesso alla NASpI anche il licenziamento disciplinare.
Da evitare: sparire dal lavoro sperando che sia l'azienda a metterti alla porta. Le dimissioni per fatti concludenti, cioè quelle che l'azienda può far valere quando le assenze ingiustificate si protraggono oltre il limite previsto, l'INPS le tratta come dimissioni volontarie (circolare n. 154 del 22 dicembre 2025), quindi senza indennità.
Le 13 settimane di contributi e la regola del 2025
Un'intera carriera di contributi può non bastare, se ti sei dimesso da un posto fisso meno di un anno fa.
Il requisito di base chiede almeno 13 settimane di contribuzione contro la disoccupazione nei quattro anni che precedono lo stato di disoccupazione, e contano le settimane in cui la retribuzione ha raggiunto il minimale settimanale. Per chi ha lavorato con continuità la soglia si supera senza pensarci. La legge di bilancio 2025 (articolo 1, comma 171, della legge 207/2024) ha però aggiunto un secondo controllo: se nei 12 mesi prima della cessazione involontaria hai lasciato un contratto a tempo indeterminato con le dimissioni, o con una risoluzione consensuale, le 13 settimane devono essere maturate dopo quell'uscita, non nel quadriennio in generale. La circolare INPS n. 98 del 5 giugno 2025 precisa che la cessazione involontaria successiva può riguardare anche un contratto a termine, e quindi la regola colpisce proprio chi cambia lavoro, firma per qualche mese e resta a casa alla scadenza.
Un esempio con numeri semplici: a gennaio lasci un tempo indeterminato per una proposta migliore, e la nuova azienda ti assume a termine fino al 30 settembre. Alla scadenza il contratto non viene rinnovato, ma da gennaio a settembre hai circa 39 settimane di contributi, la soglia è superata con ampio margine e la NASpI è possibile. Se invece la nuova esperienza fosse finita dopo due mesi, con 8 o 9 settimane versate, la domanda verrebbe respinta anche con dieci anni di contributi alle spalle. Il conto si fa sulle settimane e non sui mesi di calendario, quindi vale la pena verificarlo sull'estratto contributivo prima di firmare una lettera di dimissioni. Restano fuori dalla regola le dimissioni per giusta causa, quelle del periodo tutelato di maternità e paternità e le risoluzioni consensuali firmate in conciliazione. La norma riguarda soltanto l'accesso alla prestazione: importo e durata si calcolano come sempre.
Quanto spetta: il 75% che non si calcola sull'ultimo stipendio
L'errore più frequente è prendere l'ultima busta paga e moltiplicarla per 0,75. L'INPS parte invece dalla retribuzione imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni, la divide per le settimane di contribuzione e moltiplica per 4,33, ottenendo una media mensile in cui entrano anche le mensilità aggiuntive e le voci non continuative. Un aumento ottenuto l'anno scorso pesa quindi poco, e un periodo di part-time o di buste paga leggere abbassa la media più di quanto ti aspetti. Per chi ha alternato contratti brevi e periodi scoperti, il risultato è spesso un importo più basso di quello immaginato guardando l'ultima busta paga. Per il 2026 la circolare INPS n. 4 del 28 gennaio 2026 fissa la retribuzione di riferimento a 1.456,72 euro e il tetto dell'indennità a 1.584,70 euro lordi al mese. Se la tua media sta sotto la prima soglia, la NASpI iniziale è il 75% di quella media; se la supera, al 75% di 1.456,72 euro si somma il 25% della parte eccedente.
Con una media di 1.200 euro prendi 900 euro lordi al mese. Con una media di 1.800 euro il calcolo è 1.092,54 più 85,82, cioè 1.178,36 euro lordi, e con 2.000 euro si arriva a 1.228,36. Il tetto di 1.584,70 euro scatta soltanto con una media mensile di circa 3.425 euro, quindi chi guadagna meno non lo incontra mai. Sono importi lordi, su cui si paga l'IRPEF, quindi conviene ragionare sul netto prima di fare il budget per i mesi senza stipendio.
Quanto dura e quando comincia a calare
La durata è pari alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi quattro anni, escluse quelle che hanno già prodotto un'altra prestazione di disoccupazione. Con quattro anni pieni si arriva al massimo di 104 settimane, circa 24 mesi; con tre anni di lavoro sono 78 settimane, circa 18 mesi; con una stagione di sei mesi, cioè 26 settimane di contributi, appena 13 settimane di assegno, circa tre mesi. È quest'ultima cifra a sorprendere chi pensava a un sostegno lungo, e va messa nel conto prima di rifiutare un lavoro di ripiego.
Poi c'è il décalage. Dal primo giorno del sesto mese la NASpI scende del 3% ogni mese, con un taglio che si accumula mese dopo mese; per chi ha già compiuto 55 anni alla data della domanda la riduzione parte dall'ottavo. Conta l'età che hai quando invii la domanda, non quella che raggiungi mentre percepisci l'indennità: chi compie 55 anni a novembre e presenta la domanda a ottobre subisce il taglio dal sesto mese, non dall'ottavo.
La domanda: 68 giorni, ma l'ottavo giorno pesa di più
La domanda si presenta solo in via telematica, sul portale INPS con SPID o CIE oppure tramite un patronato; il contact center risponde allo 803 164 da rete fissa e allo 06 164 164 da mobile. Il termine ordinario è di 68 giorni dalla fine del rapporto di lavoro, e se il contratto è finito il 30 settembre, contando 68 giorni si arriva al 7 dicembre. Quella però è la data limite, non la data consigliata.
Conviene presentarla entro l'ottavo giorno dopo la cessazione: in quel caso l'indennità decorre dall'ottavo giorno, mentre se la invii più tardi, anche restando dentro i 68 giorni, parte dal giorno successivo alla domanda. Per un contratto chiuso il 30 settembre l'ottavo giorno cade l'8 ottobre, cioè la prossima settimana. Chi ha un preavviso indennizzato, una malattia o una maternità in corso ha decorrenze diverse, e per quei casi un patronato sbaglia meno di un fai da te.
La domanda vale anche come DID, la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro, quindi non va ripetuta altrove. Dopo l'invio vieni iscritto d'ufficio al SIISL, il portale del Ministero del Lavoro gestito dall'INPS, ed entro 15 giorni dall'inizio della prestazione devi aggiornare il curriculum e firmare il Patto di attivazione digitale. Ignorare gli obblighi di attivazione espone a sanzioni proporzionali, che vanno dal taglio di una parte della mensilità fino alla decadenza.
Se trovi lavoro mentre la percepisci
«Sotto i sei mesi non cambia niente» è una regola troppo grossolana. Gli effetti dipendono dal tipo di contratto e dal reddito, quindi prima di firmare chiedi quanto dura il rapporto e annota la data di inizio, perché da lì decorre il mese per le comunicazioni. I casi più frequenti, tra gli altri, sono questi:
- un contratto subordinato fino a sei mesi sospende l'indennità per tutta la durata del rapporto, poi la prestazione riprende;
- un contratto più lungo, un tempo indeterminato o un'attività autonoma obbligano a comunicare all'INPS il reddito annuo presunto entro un mese dall'inizio, con il modello NASpI-COM, altrimenti si decade dal diritto;
- per il lavoro occasionale c'è più margine: fino a 5.000 euro per anno civile i compensi si sommano alla NASpI senza alcun taglio.
Se pensi a una partita IVA: la NASpI anticipata è cambiata
Chi vuole avviare un'attività propria dopo la fine del contratto può chiedere la liquidazione anticipata dell'indennità. Fino al 2025 arrivava in un solo versamento; dal 2026 l'INPS la paga in due rate, il 70% in fase di liquidazione e il restante 30% al termine del periodo teorico di durata della NASpI, e comunque non oltre sei mesi dalla domanda di anticipazione. La domanda va presentata entro 30 giorni dall'inizio dell'attività autonoma o dell'impresa individuale, oppure entro 30 giorni dalla domanda di NASpI se l'attività era già partita durante il rapporto da dipendente. Se entro la durata teorica dell'indennità firmi un contratto da lavoratore subordinato, la somma va restituita. Chi punta al regime forfettario e intanto cerca anche un posto da dipendente rischia di restituire quanto ha già incassato.
Cosa fare questa settimana
Apri l'estratto conto contributivo sul portale INPS, conta le settimane degli ultimi quattro anni e verifica che non manchino rapporti o periodi, soprattutto se hai cambiato più datori di lavoro. Annota la data esatta di cessazione scritta nella lettera o nel contratto, perché da lì partono tutti i termini. Controlla che il conto corrente su cui vuoi l'accredito sia intestato o cointestato a te, perché l'INPS non paga su conti di terzi. E quando invii la domanda, salva la ricevuta con il numero di protocollo e la data: è il documento che ti serve se un giorno qualcuno contesta i tempi.