TFR: come funziona, quando conviene l'anticipo e cosa cambia se cambi lavoro

Il TFR non si perde cambiando lavoro, ma la scelta fatta nei primi sei mesi di un contratto decide quanto resta in tasca vent'anni dopo.

TFR: come funziona, quando conviene l'anticipo e cosa cambia se cambi lavoro

Otto anni in azienda, un mutuo da accendere e la domanda che prima o poi arriva a tutti: "quanto TFR ho maturato, e posso davvero chiederne una parte adesso?" La risposta cambia parecchio a seconda di dove hai lasciato quei soldi — in azienda o in un fondo pensione — e in pochi lo sanno con certezza, perché la scelta viene fatta nei primi sei mesi di un nuovo lavoro, quando l'ultima cosa a cui si pensa è la liquidazione.

Cos'è davvero il TFR e quanto ne matura ogni anno

Il trattamento di fine rapporto è una parte della retribuzione che il datore di lavoro accantona anno dopo anno, invece di versartela in busta paga, per liquidartela quando il rapporto di lavoro finisce — che tu ti dimetta, venga licenziato o vada in pensione. Il calcolo segue l'articolo 2120 del codice civile: ogni anno matura una quota pari alla retribuzione lorda annua divisa per 13,5, che equivale grosso modo al 6,91% dello stipendio lordo. Le quote già accantonate vengono poi rivalutate ogni 31 dicembre con un tasso fisso dell'1,5% più il 75% dell'indice ISTAT dei prezzi al consumo, quindi il valore non resta mai fermo. Su uno stipendio lordo di 30.000 euro l'anno, questo significa accantonare circa 2.070 euro l'anno prima della rivalutazione. Dopo dieci anni nella stessa azienda, e con inflazione media moderata, il montante può arrivare tranquillamente a 22.000-24.000 euro, anche senza aumenti di stipendio nel frattempo. È una cifra che pesa, e infatti la legge dà al lavoratore solo sei mesi dall'assunzione per decidere dove farla confluire.

In azienda o nel fondo pensione: la scelta che pesa più di quanto sembri

Entro sei mesi dall'assunzione devi scegliere se lasciare il TFR maturando in azienda (o, per le aziende con almeno 50 dipendenti, presso il Fondo di Tesoreria dell'INPS) oppure destinarlo a un fondo pensione complementare — quello di categoria previsto dal contratto collettivo, come Cometa per i metalmeccanici o Fonchim per il chimico, oppure uno aperto a scelta libera. Se non fai nulla e il tuo contratto collettivo prevede un fondo negoziale di riferimento, scatta il silenzio-assenso: il TFR finisce automaticamente lì. Solo se nessun accordo collettivo indica un fondo, il silenzio equivale a lasciarlo in azienda.

Conviene scegliere il fondo pensione se hai davanti ancora molti anni di carriera e vuoi sfruttare il contributo aggiuntivo del datore di lavoro, che in tanti contratti collettivi versa un extra solo a chi aderisce — soldi che altrimenti restano semplicemente sul tavolo. Da evitare, invece, l'adesione automatica senza controllare le commissioni di gestione del fondo: alcuni comparti garantiti costano più dell'1% annuo, una cifra che nel lungo periodo erode buona parte del vantaggio fiscale.

Quando puoi chiedere l'anticipo, e per cosa

La legge permette di chiedere un anticipo sul TFR maturato solo dopo almeno otto anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro, e solo una volta nell'arco dell'intero rapporto di lavoro. L'importo massimo richiedibile è il 70% di quanto hai accumulato fino a quel momento, non un euro di più, e le motivazioni ammesse dal codice civile sono limitate: l'acquisto della prima casa per te o per i tuoi figli (con atto notarile da presentare), spese sanitarie straordinarie documentate per te o per un familiare, oppure — nei contratti che lo prevedono — periodi di congedo parentale o formazione.

C'è un dettaglio che quasi nessuno controlla prima di fare domanda: l'azienda non è obbligata ad accogliere tutte le richieste. La legge limita gli anticipi concedibili ogni anno al 10% degli aventi diritto e comunque non oltre il 4% del totale dei dipendenti, quindi in aziende piccole la richiesta può restare in coda per mesi, o venire respinta se altri colleghi hanno già esaurito il tetto annuale. Se il tuo TFR è in un fondo pensione, invece, le regole per l'anticipo sono diverse e in alcuni casi più favorevoli — puoi arrivare al 75% per spese sanitarie, senza il vincolo degli otto anni per quella causale specifica.

Cosa succede al TFR quando cambi lavoro

E se hai cambiato lavoro tre volte negli ultimi sei anni, con un pezzetto di TFR maturato ovunque e mai davvero riscosso?

Qui la confusione è più diffusa di quanto ci si aspetti. Il TFR accumulato non "segue" automaticamente il lavoratore da un'azienda all'altra: quando il rapporto finisce, il vecchio datore di lavoro è tenuto a liquidartelo entro un tempo ragionevole — di solito 30-90 giorni dall'ultima busta paga, anche se la legge non fissa un termine unico e molti contratti collettivi lo specificano nel dettaglio. Con il nuovo impiego riparte da zero il conteggio in azienda, mentre in un nuovo posto di lavoro decidi di nuovo, entro sei mesi, dove destinare il TFR che maturerà da quel momento in poi. Diverso il discorso se il TFR era in un fondo pensione: in quel caso la posizione individuale resta tua e non si azzera, puoi trasferirla al fondo collegato al nuovo contratto collettivo, lasciarla dov'è come posizione "silente" continuando a versare solo se vuoi, oppure — dopo almeno due anni di iscrizione — spostarla a un altro fondo di tua scelta senza penalità. Conviene quasi sempre mantenere la continuità nel fondo pensione piuttosto che riaprire da capo una nuova adesione: i costi di ingresso e i primi anni di rendimento contenuto pesano più della comodità di "iniziare pulito" col nuovo datore di lavoro.

La tassazione: dove il fondo pensione batte il TFR in azienda

Il TFR lasciato in azienda viene tassato con la cosiddetta tassazione separata, calcolata sull'aliquota media dei tuoi ultimi cinque anni di reddito — un meccanismo che in genere costa meno della tassazione ordinaria progressiva, ma che per un impiegato con stipendio medio-alto può comunque avvicinarsi al 30-38%. Il TFR versato in un fondo pensione, invece, gode di un'aliquota agevolata che parte dal 15% e scende dello 0,30% per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9% dopo trentacinque anni di adesione continuativa.

La differenza, su un montante di 50.000 euro dopo vent'anni di lavoro, può valere diverse migliaia di euro nette in tasca al momento del riscatto. Non è un dettaglio da trascurare quando scegli dove far confluire il TFR appena assunto — eppure la maggior parte dei neoassunti firma il modulo di destinazione senza aver mai fatto questo calcolo, semplicemente perché nessuno in ufficio risorse umane lo spiega con questa chiarezza.

Gli errori più comuni da evitare

  • Lasciar passare i sei mesi senza scegliere consapevolmente, finendo per default in un fondo negoziale che magari non è il più conveniente per la tua situazione.
  • La richiesta di anticipo per una causale non documentabile a sufficienza viene quasi sempre respinta, e nel frattempo hai comunque segnalato in azienda una fragilità finanziaria che avresti preferito tenere per te.
  • Non verificare le commissioni di gestione del fondo pensione prima di aderire — un comparto azionario con costi contenuti può fare la differenza di un intero anno di rendimento rispetto a uno garantito ma caro.
  • Dare per scontato che il TFR "si perda" cambiando lavoro: non è così, va solo richiesto formalmente, e ci sono scadenze e clausole diverse da CCNL a CCNL, dai tempi di liquidazione ai documenti da presentare, tra le altre cose.

Il TFR non è un pensiero da rimandare a quando il rapporto di lavoro finisce davvero. La scelta che fai nei primi sei mesi di un contratto — spesso firmata di fretta insieme a una pila di altri moduli — definisce quanto ti resterà in tasca vent'anni dopo, e quella firma vale molto più della carta su cui è stampata.